Candidature, la grande bruttezza

Rien ne va plus, les jeux sont faits. Dalle 20 di ieri sera sono ufficiali le liste per le candidature alle elezioni per il rinnovo di Camera e Senato del 4 marzo.
Tutti gli schieramenti hanno messo in campo i contendenti ad un posto al parlamento e lo hanno fatto nel peggiore dei modi.
Liti, scontri, veleni, opachi voti on line, imposizioni dall’alto.
E quello che ne vien fuori è una politica molto malata in cui gli interessi generali sono sacrificati ad interessi personali.
Chi segue la politica è abbastanza scafato da non scandalizzarsi visto che storicamente il ruolo dei partiti è stato dominante in questi passaggi elettorali. Ma il nodo è proprio questo: un tempo esistevano i partiti. Erano aggregazioni di cittadini e, bene o male, esprimevano una classe politica che passava attraverso la gavetta nelle sezioni, nei consigli comunali, in quelli provinciali e via via seguendo una scala fatta di lavoro sul territorio.
Quei partiti sono stati sostituiti, a partire dal dopo Tangentopoli, da contenitori in larga parte vuoti.
Adesso sono rami di azienda di ricchi imprenditori o di strane società informatiche. Oppure sono strutture in cui il capo non tollera il dissenso e le minoranze non tollerano il capo, al punto di creare nuovi partiti.
Su tutto, poi, domina il marketing che ha fatto dell’elettorato e dei sostenitori, veri e propri tifosi da curva. Privi di ogni spirito critico ed incapaci di accettare il confronto.
Ed allora perché stupirsi di ciò che è venuto fuori? Ex ministri lontani dai loro territori di competenza, miss mancate, figli e nipoti di potenti, sportivi, presidenti di squadre di calcio. Un campionario più adatto a talk show televisivi che ad un posto in parlamento.
E poi si lamentano di un astensionismo al 50%.

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