Punto di riflessione. Quando a noi piace il silenzio

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Quando una redazione tace. Ha fatto il giro di quotidiani nazionali e regionali la notizia della gravidanza di una suora di un piccolo paesino dei Nebrodi, diagnosticata nell’ospedale di Sant’Agata Militello, dove era andata per controlli causati da dolori addominali.

La nostra redazione è stata voce fuori dal coro. L’unica, forse, a scegliere il silenzio. Abbiamo  discusso e analizzato la situazione sotto ogni profilo e la domanda che ci siamo posti, prima di qualunque altra, era se fosse prevalente il diritto dei lettori a conoscere questa storia o il diritto alla privacy di una donna, nonostante il suo ruolo e la sua posizione.

Donna che ha infranto il suo voto di castità, ma non ha commesso un reato, e il solo a cui è deputato un eventuale giudizio, per chi è credente, è fuori campo.
Ci siamo chiesti quanto, nella vita quotidiana dei nostri lettori, potesse incidere il sapere. Non abbiamo trovato risposta. Perchè per noi questa prevalenza non c’è.

E lungi da noi criticare l’operato di chi ha preferito pubblicare, che avrà di certo altrettanti argomenti. Certo è che da domani, quando i riflettori su questo vespaio saranno spenti, di questa storia rimarrà la palese violazione della vita privata di una religiosa. Ma soprattutto di una donna, che potrebbe anche avere diritto a infrangere o sciogliere un voto senza per questo essere messa alla pubblica gogna.
Noi stiamo con lei. Con il suo essere. Con le sue tristezze. E di questo vorremmo scrivere, su un’inchiesta interna all’ospedale santagatese sulla violazione del diritto alla riservatezza e alla segretezza, che ci auguriamo sia stata già avviata.

Abbiamo letto vari commenti sui social, tra battute volgari, assoluzioni e condanne, disquisizioni sull’utilità del voto di castità per i religiosi, argomento oggetto di recente attenzione da parte dello stesso Pontefice. Tutti indici di gradimento e attenzione da parte dell’opinione pubblica, che avrà avuto l’effetto indiscutibile di far schizzare lo share di giornali ed emittenti, grazie alla immutabile natura umana, che noi giornalisti conosciamo benissimo, quella di voler conoscere i dettagli delle pecche altrui.

Voci di corridoio parlano di una possibile querela nei confronti del personale ospedaliero, che potrebbe aver commesso un reato, rendendo pubblico un fatto dalle implicazioni “delicate” e che doveva assolutamente restare nella sfera privata della cittadina-suora, perché questa persona, rimanendo incinta, non ha commesso reati ed a noi non ha arrecato nessun danno. Forse ne ha arrecati al suo ordine di appartenenza, ma siano loro, dunque, a chiederne conto. Ci sarebbero già persino legali che si sarebbero offerti di difenderne i diritti. Intanto di questa donna conosciamo solo l’ultimo atto della storia delle sua vita. La provenienza dall’Africa è un elemento che, se confermato, potrebbe portare ad altre considerazioni. Ma queste sono altre storie.

Comunque noi stiamo dalla parte del silenzio. Abbiamo scelto di tutelare il diritto alla privacy di una persona, che è persona prima che religiosa, che è donna prima che suora.