27 anni senza Paolo Borsellino, per non dimenticare

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In questi ventisette anni si è scritto e detto tanto. Si è detto e scritto di tutto. Erano le 17.16 del 19 luglio 1992 quando il primo lancio di agenzia dell’Ansa raccontava semplicemente di un attentato dinamitardo avvenuto a Palermo con “numerose automobili coinvolte e molti feriti”.

I tempi erano altri. Lontani dalla tecnologia ultramoderna dei giorni nostri. Del resto, si sa, per la tecnologia ventisette anni sono un abisso. Ma non per i ricordi. Quelli che ciascuno di noi si porta dentro. Quelli che ti fanno rivivere un caldo pomeriggio estivo con tuo padre che accende la tv, rimane di sasso e non cambia canale perché “è successo qualcosa di molto grave”.

E via alle Edizioni speciali dei TG. L’Ansa che continua a battere i suoi lanci, aggiungendo particolari. Alle 17.23, si viene a sapere che tra i feriti c’è anche un agente della polizia di Stato che si pensa sia un agente di scorta. Alle 17.47 si apprende che nell’attentato è rimasto ferito il giudice Paolo Borsellino, mentre otto minuti più tardi arriva la notizia dei corpi di quattro persone morte che giacciono a terra.

E’ già chiaro che quella di Via D’Amelio non è stata una semplice esplosione, ma una vera strage. Una strage di mafia. Alle 18.13 arriva l’ufficialità dell’uccisione del giudice Paolo Borsellino con i dettagli del ritrovamento del suo corpo, non ancora ufficialmente riconosciuto, anche se per i suoi colleghi non ci sono dubbi. I nomi dei cinque angeli della sua scorta si apprenderanno successivamente.

Ma da quel momento anche loro sono rimasti scolpiti nel cuore e nella mente di ogni siciliano onesto: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cusina, Claudio Traina e Vincenzo Limuli.

Quel pomeriggio, Paolo Borsellino stava facendo ciò che ogni figlio fa. O almeno dovrebbe. Nonostante conoscesse il grado di rischio cui andava incontro, non aveva voluto rinunciare a un minimo di vita normale e semplice e in quella domenica stava andando a trovare la sua mamma che abitava proprio in Via Mariano D’Amelio. Non ci fu il tempo di darle un ultimo bacio. La mafia aveva deciso così.

Sullo sfondo lo strazio di una famiglia, anche questo raccontato dai lanci di agenzia. Il figlio Manfredi, di soli vent’anni, che si aggira intorno al luogo della strage. Si tiene a distanza, quasi a volersi proteggere dalla più truce delle notizie. Nessuno riusciva dirgli la verità. Il suocero Angelo Piraino Leto, magistrato in pensione, sorretto affettuosamente dal giudice Salvatore Scaduto, che cammina tra le carcasse carbonizzate delle auto, chiedendo di essere portato da Paolo. E poi la moglie Agnese, colta da malore nella sua casa di Via Cimarosa, a chiedere notizie. A cercare la forza. Quella forza che cercavano anche coloro che provavano a dirle la verità.

Chi già c’era, in quel giorno, vive con il ricordo. Con il ricordo delle parole più tristi. Quelle pronunciate dal giudice Antonino Caponnetto. Lui, l’ideatore del pool antimafia, che, davanti alle telecamere e alla domanda se c’era ancora speranza per Palermo, rispose affranto: E’ finito tutto.

A proposito di trovare la forza, noi oggi vorremmo avere la forza e il coraggio di dire al giudice Caponnetto che non è finito tutto. Perché tutto cammina sulle nostre gambe e nel nostro cuore. Ma forse ancora questo coraggio e questa forza dobbiamo davvero trovarli.