Sotto processo per aver denunciato conflitto di interessi tra giudice e legale, assolto l’avvocato Claudio Calabrò

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Sono serviti 10 anni, ma alla fine è arrivata la sentenza che chiude il lunghissimo procedimento giudiziario nei confronti dell’avvocato Claudio Calabrò, finito sotto processo per aver denunciato incompatibilità tra un giudice, all’epoca in servizio al Tribunale di Patti, ed un studio legale nel quale lavorava il figlio del giudice stesso.
Una vicenda che all’epoca fece molto rumore non foss’altro per il fatto che l’unico a rendere pubblico fu proprio il legale attraverso una lettera aperta al periodico “Gazzettino del Tirreno”.
In quel lungo articolo, Calabrò, evidenziava come fosse “inusuale” che l’avvocato Salvatore Martino, figlio dell’allora giudice per le indagini preliminari, Maria Rita Gregorio, patrocinasse il comune di Librizzi in un procedimento presso lo stesso tribunale di Patti.
Accuse che avevano poi spinto un settimanale a riprendere la storia e parlare anche di numerosi casi in cui il Gip aveva avuto tra le mani procedimenti in cui era parte processuale lo studio legale di Brolo nel quale il figlio lavorava.
Giudice e figlio decisero di adire le vie legali richiedendo all’avvocato Calabrò ed al direttore del periodico risarcimenti per complessivi 750.000 euro.
Nel maggio del 2009, il tribunale di Catania (cui erano stati trasferiti gli atti per competenza) condannò a 1.000 euro di multa Calabrò ed a 700 euro il direttore, oltre a risarcimenti e spese per circa 14.000 euro.
Nella motivazione il giudice Antonella Bacianini spiegava che la dottoressa Gregorio aveva correttamente segnalato al Csm l’iscrizione del figlio al Foro di Patti, aveva fatto richiesta di trasferimento e che in nessun processo altri avvocati avevano avanzato richiesta di astensione nei suoi confronti.
L’avvocato Ugo Colonna, difensore del collega Claudio Calabrò, ha quindi presentato appello puntando sull’aspetto relativo alla rappresentazione “di dati veri” in quell’articolo. Inoltre nei motivi di appello si evidenziava che l’aspetto giudicato diffamatorio in primo grado non era nemmeno nel contesto del capo di imputazione che riguardava altre frasi pubblicate.
Così, nei giorni scorsi, la corte d’appello entrando nel merito ha assolto “perché il fatto non sussiste” l’avvocato Claudio Calabrò ed il direttore dell’epoca del “Gazzettino del Tirreno”.