Fallimento Caleca, in 4 imputati di bancarotta fraudolenta

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Bancarotta fraudolenta. E’ l’accusa formulata dal Procuratore Capo di Patti, Rosa Raffa, per cui i vertici della Ceramiche Caleca sono stati rinviati a giudizio dal Gup di Patti. Nel mirino l’azienda pattese che tra gli anni ’80 e ’90 rappresentava un punto di riferimento per l’industria in provincia. Alla prima udienza del processo, fissata per l’8 luglio, compariranno l’imprenditore Gaetano Caleca, la moglie Rosanna Alessandra Giacalone, Rolando Bencini e Maria Giuseppa Scarpulla. L’indagine ruota sul fallimento della “Caleca Italia s.r.l.” (attualmente “Ceramiche del Tirreno s.r.l.”). In passato, le Fiamme Gialle della Tenenza di Patti, al termine di complesse indagini, coordinate dal Procuratore Rosa Raffa, su disposizione del Giudice per le Indagini Preliminari, Eugenio Aliquò, avevano notificato due “ordinanze di misure cautelari personali interdittive” per i reati di bancarotta fraudolenta per distrazione e per bancarotta “societaria”, nei confronti dell’imprenditore Gaetano Caleca e della consorte Rossana Giacalone. La complessa attività condotta dai militari dipendenti dal Comando Provinciale di Messina avrebbe dimostrato che i due indagati, in concorso tra loro (la Giacalone inqualità di amministratore unico e il Caleca quale amministratore di fatto della “Ceramiche del Tirreno”), avrebbero distratto risorse dal patrimonio societario, cedendo a prezzo non congruo il ramo d’azienda nonché, attraverso la falsificazione dei bilanci societari, avrebbero occultato il reale stato patrimoniale e finanziario della società da loro gestita. In tal modo si sarebbe verificato il dissesto dell’azienda, ritardando la dichiarazione di fallimento. La falsa rappresentazione della situazione contabile della società avrebbe, pertanto, consentito nel corso degli anni di nascondere le effettive perdite di esercizio, con evidente danno per i creditori ai quali veniva mostrata una situazione economico/finanziaria molto più florida di quella reale. Così, alla data del fallimento, la società versava ormai in una gravissima situazione di dissesto, che ha comportato perdite reali per oltre 6 milioni dieuro.
Il provvedimento cautelare adottato nei confronti dei due coniugi era stato il divieto di esercitare cariche nella società . Erano stati, inoltre, raggiunti da un’“informazione di garanzia” anche  Bencini e Scarpulla che, a vario titolo, hanno concorso con i Caleca nel dissesto dell’azienda.