Gotha VI, i retroscena dei delitti commessi dalle cosche

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Una struttura totalitaria e gerarchica che teneva sotto controllo il territorio, cercando di sostituirsi alla giustizia quando c’erano da tutelare gli interessi degli “amici”. Un controllo tenuto con una ferocia inaudita. La famiglia mafiosa barcellonese spargeva sangue senza farsi alcuno scrupolo. Lo testimoniano le dichiarazioni dei pentiti che hanno svelato i retroscena di esecuzioni condotte con freddezza e senza nemmeno un briciolo di pietà nei confronti della vittima designata. Due decenni di barbare uccisioni passate al setaccio dalla giustizia, quella vera. L’unica legittimata a operare a difesa degli interessi dei cittadini. Un’escalation di omicidi efferati compiuti dal 1993 ai nostri giorni. Per anni, l’emblema della ferocia manifestata dalla famiglia barcellonese è stato l’omicidio del giovane Antonino Sboto. Ritenuto dagli esponenti del sodalizio criminale il responsabile di furti non autorizzati, fu ucciso il 3 maggio del 1999. Dopo avergli sparato due colpi di pistola, i killer gli amputarono le mani, abbandonandolo nel Torrente Idria. Furti non autorizzati dalla cosca sarebbero stati anche alla base del triplice omicidio di Sergio Raimondi, Giuseppe Martino e Giuseppe Geraci, avvenuto il 4 giugno 1993. Di particolare efferatezza, secondo le testimonianze dei pentiti, l’omicidio di Domenico Pelleriti, avvenuto il 23 luglio 1993. Un caso di lupara bianca fatto caratterizzato da sevizie sulla vittima, ritenuta colpevole del furto di un camion di sanitari a Basicò. Pelleriti fu condotto in contrada Salicà di Terme Vigliatore nel vivaio di proprietà di Nunziato Siracusa. Qui fu legato a una sedia e colpito con schiaffi e pugni. Un pressante interrogatorio al termine del quale sarebbe avvenuta l’ammissione della vittima, esausta per le percosse ricevute. Dopo la concessione di un’ultima sigaretta, il giovane fu privato di soldi e denaro che furono distribuiti tra i presenti. Incappucciato e collocato in una buca scavata durante l’interrogatorio, gli furono sparati due colpi di pistola alla testa. Poi il cadavere fu ricoperto con calce, terra e fogliame. Di crudeltà non indifferente anche l’esecuzione di Mario Milici, avvenuta il 19 agosto del 1998. L’uomo, sebbene raggiunto da colpi di fucile alla testa, era riuscito a scappare. Raggiunto dai sicari, è stato ripetutamente colpito dalla canna di un fucile che gli ha trapassato il collo. Ma famiglia mafiosa barcellonese aveva deciso la sua sorte in quanto riteneva che non versasse nelle casse della cosca i proventi delle estorsioni e del gioco d’azzardo.