Scandalo Sise, “restituite 12 milioni”

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Saranno costretti a mettere mani al portafogli e pagare per il grave danno erariale causato alle casse della Regione Siciliana in seguito al cosiddetto  “scandalo Sise”, l’assunzione in massa, in piena campagna elettorale, tra il 2005 e il 2006, di 1200 persone, perlopiù barellieri e autisti (ma anche amministrativi) arruolati nel servizio di pronto soccorso del 118 sul territorio siciliano. Dopo la sentenza di condanna già emessa a fine Febbraio, la Corte dei Conti ha respinto la richiesta di sospensiva avanzata dai 17 ex onorevoli siciliani, tra cui anche attuali deputati, facenti parte all’epoca della giunta presieduta da Totò Cuffaro e dell’allora commissione sanità. Nessun grave ed irreparabile pregiudizio per le finanze dei politici, questa la motivazione con cui la Corte dei conti ha respinto l’appello dei politici che chiedevano di sospendere la sentenza in attesa della pronuncia della cassazione.  Il corrispettivo che dovrà essere risarcito dagli onorevoli alla Regione è di dodici milioni di euro in totale, così suddivisi: 729.878 euro ciascuno per Totò Cuffaro, Antonio D’ Aquino, Francesco Scoma, Francesco Cascio, Mario Parlavecchio, Giovanni Pistorio, Santi Formica, Nino Dina, Giuseppe Basile, David Costa, Giuseppe Arcidiacono, Giancarlo Confalone, Angelo Moschetto; 598.612 euro per Fabio Granata, Carmelo Lo Monte e Michele Cimino, Innocenzo Leontini. La condanna , secondo i giudici contabili, fu determinata dal fatto che quelle assunzioni non rispondevano a reali esigenze per migliorare il sevizio ma a “logiche clientelari e pressioni lobbystiche”. Il ricorso pendente in cassazione, non potrà comunque riguardare il merito del processo, bensì la giurisdizione. I giudici dovranno decidere se era competenza della Corte dei conti processare i politici oppure se spettava a un giudice civile. Qualora la cassazione dovesse dare ragione ai politici sarà quindi la Regione a restituire i soldi. Intanto l’iter per il recupero delle somme è avviato.