IL NUOVO MEMORIALE DI CANALI
| Vetrina |
Sono ventotto le pagine. È il secondo “memoriale” che s’insinua nel maxiprocesso “Mare Nostrum” a un passo dalla sentenza d’appello dopo undici anni di dibattimento, visto che il primo grado si aprì nell’ormai lontano dicembre del 1998. Lo Stato che combatte la mafia. Lo Stato che si ripiega su sé stesso.
Sul primo, quelle tre cartelle scritte nel gennaio del 2006 e di recente “riconosciute” dal sostituto procuratore di Barcellona Olindo Canali, s’è già detto e fatto tutto, comprese un paio di udienze – fatto assolutamente unico nella storia giudiziaria italiana –, passate a sentire la deposizione proprio del magistrato Olindo Canali, circoscritta su un terreno molto ristretto proprio perché seduto sulla sedia dei testimoni non c’era un uomo qualsiasi, ma il magistrato che ha sostenuto l’accusa nel maxiprocesso “Mare Nostrum” in primo grado e, soprattutto, l’accusa sempre in primo grado nel processo per l’omicidio di Beppe Alfano, il giornalista ucciso dalla mafia l’8 gennaio del 1993, che con Canali ebbe una lunga e costante frequentazione. E adesso ci sono da scorrere queste 28 pagine. Un secondo memoriale che il magistrato inviò nel 2005 – lo ha sostenuto con una lettera inviata alla corte d’assise d’appello del maxiprocesso l’avvocato Fabio Repici, missiva letta lunedì in aula dal presidente Antonio Brigandì –, anche all’avvocato Fabio Repici, che è stato il legale di parte civile della famiglia Alfano, e fino a poche udienze addietro difendeva un collaboratore di giustizia anche in “Mare Nostrum”, il pentito brolese Giuseppe Cipriano. È questa è un’altra storia. Perché in queste pagine, che risalirebbero alla fine del dicembre 2005, il magistrato Canali racconta la sua esperienza a Barcellona Pozzo di Gotto sin dall’inizio, da quando piombò in questo grosso centro siciliano intaccato e sporcato dalla mafia spostandosi dalla sua nebbiosa Lombardia nel periodo delle stragi, nel 1992. Una città che un paio di mesi fa con una grande marcia popolare alla mafia ha detto “no”.
Ecco solo alcuni brani di quel memoriale.
LE CONFIDENZE DI ALFANO - «… Come ho sopra accennato il quadro a Barcellona non mi era chiarissimo. Non sapevo ancora nulla del passato recente (almeno gli ultimi dieci anni) e non leggevo bene le cose che avvenivano. Alfano mi dava informazioni generali, ma non poteva, ovviamente, scendere nello specifico. Mi disse che aveva fatto anche il cronista sportivo e che aveva lavorato per una televisione locale. Mi parlò di Antonino Mazza come un suo carissimo amico nonché imprenditore dal quale, tuttavia, negli ultimi tempi si era un poco allontanato anche se non mi specificò il motivo. Mi disse che la televisione per cui aveva lavorato era di proprietà di Mazza e che con lo stesso Mazza aveva fatto, tempi addietro, una lista civica con la quale si era presentato alle elezioni (non so di quale anno). Massoneria, Aias, Santalco e soci. I discorsi di Alfano giravano sempre lì e ribadiva i suoi avvertimenti a non fidarmi di nessuno e a chiedere prima a lui se le persone che mi stavano attorno o che frequentavo fossero persone fidate… mi disse che gli uomini politici che giravano intorno all’Aias ed in particolare quelli della Dc e del Psi erano in allarme per l’indagine soprattutto perché temevano finisse, per loro, il tempo dei soldi e delle assunzioni facili e temevano, soprattutto, l’effetto “Mani Pulite”…».
SANTAPAOLA - «Verso i primi giorni di dicembre, Alfano mi venne a trovare in Ufficio. Come sempre guardingo. Più che mai guardingo. Chiuse la porta e mi disse di avere avuto notizia che Santapaola fosse a Barcellona o nei pressi di Barcellona. Mi disse che mi avrebbe fatto avere notizie più precise… ovviamente la cosa aveva anche per me interesse, però gli ribadii di non fare pazzie, di stare attento e di non mettersi a fare l’investigatore… mi diceva che poteva stare a Portorosa, ma il luogo mi sembrava fin troppo scontato. Ancora una volta gli dissi di stare attento. Qui dovrei collocare un episodio, ma – devo averlo già detto anche a Rosa Raffa e al Procuratore Croce che mi interrogavano sul punto con il collega Laganà – non ricordo se sia stata una notizia datami da Alfano o se dell’episodio venni a sapere dopo la sua morte. Credo però che l’episodio mi fu raccontato proprio da Alfano. Si trattava di un misterioso incontro avuto da Sonia Alfano durante un viaggio in treno da o per Palermo. Se non ricordo male una signora prese discorso con Sonia ed ebbe a rivelarle qualcosa proprio sull’esistenza o di un pericolo o di un latitante a Barcellona. Il mio ricordo è molto confuso e non ho mai avuto la possibilità di parlarne con alcuno per rinfrescarlo. Tra la prima notizia sulla presenza di Santapaola e la seconda passarono, credo quattro o cinque giorni. Non ricordo se rividi Alfano prima della morte di Giuseppe Iannello, il 17 dicembre. Di certo quell’omicidio preoccupò moltissimo Alfano. Ma non tanto (o così non mi parve) per sé, quanto per la situazione della mafia barcellonese. Mi disse, forse il giorno dopo o due giorni dopo, che Gullotti da quel momento era il capo unico a Barcellona. E che forse aveva scalzato anche gli Ofria. Siamo attorno al 19-20 di dicembre… Rientrai, credo, verso l’1 o il 2 gennaio. Il 3 o il 4 uccisero Aurelio Anastasi, un vecchio amico di Alfano. Lo trovai molto sconvolto sul posto. Scattava fotografie al morto. In un attimo in cui potemmo parlare mi disse che lo conosceva bene e che era un vecchio “camerata”. Quella fu l’ultima volta che vidi Beppe Alfano. Come ho già detto in altre occasioni, il 5 gennaio Alfano mi chiamò invitandomi a pranzo per l’Epifania. Il battesimo della figlia di … mi impedì di andare. Era giovedì. Venerdì sera lo ammazzavano. Questo il rapporto con Alfano. Questo il senso ed il contenuto, ovviamente in generale, delle nostre conversazioni. Ovviamente parlavamo anche di altro. Aveva un’ottima conoscenza del calcio. Quasi da tecnico, direi. E molte volte perdemmo il tempo delle nostre conversazioni parlando anche di calcio. E mi parlò anche delle sorti della squadra di Calcio di Barcellona di cui, se non ricordo male, commentò le partite proprio per quella televisione di Mazza per la quale lavorava. E mi disse che, quella squadra, era sicuramente in mano a qualcuno molto vicino a Gullotti. Ma L’Aias, la massoneria, Santalco, la mafia barcellonese nei termini che ho detto erano l’enciclopedia di conoscenze che Alfano mi aveva messo a disposizione. In uno con le raccomandazioni su chi frequentavo e sulle persone con cui parlavo. L’ultimo capitolo, quello su Santapaola, non ebbe il tempo di raccontarmelo».
LA SERA DELL’OMICIDIO - Ed ecco il racconto di Canali sulla sera dell’omicidio: «Dalla centrale dei carabinieri lo stesso centralinista mi chiama e viola la gerarchia dicendomi “Una brutta notizia, hanno ucciso Alfano”. Forse ero alla fine della cena, ma lasciai tutto ed in un quarto d’ora fui alla Compagnia dei Carabinieri di Barcellona. Ho fatto i gradini urlando come un ossesso. Credo che molti ancora si ricordino quel mio arrivo. Cominciai a prendere a calci i posacenere-cestini di metallo che si trovavano sul corridoio dove c’era l’ufficio del capitano Aliberti. Che faticò non poco a calmarmi. Gli chiesi di andare prima sul posto dell’omicidio e quindi a casa Alfano ma mi disse che, prima, avrei dovuto calmarmi. Passò così una quarto d’ora-venti minuti. Mi soffermai poco nei pressi dell’auto di Alfano. Andai quasi subito a casa. Era piena di gente. Tantissima gente o, almeno, a me parve tantissima. Ho già detto in varie occasioni che ho il ricordo di aver visto uomini del Centro di Messina del Sisde… vidi personale del Commissariato ed, ovviamente, della Compagnia dei Cc di Barcellona. In casa, Mimma Alfano ed i ragazzi urlavano parole di fuoco contro Antonino Mostaccio (precisiamo che per l’omicidio Alfano, Mostaccio è stato assolto da tutte le accuse, n.d.r.). Tornai sulla strada. Credo fosse già arrivato personale della Mobile. Sicuramente gli uomini del Reparto operativo del gruppo Provinciale. Forse anche qualcuno del Ros era già arrivato, ma non ne ho ricordo preciso. Tornai quindi alla Compagnia. Rimasi, credo fino all’indomani mattina; non ricordo di essere andato a dormire. Non ho ricordi precisi sulle persone che furono sentite quella notte. Forse Sem Di Salvo o qualcuno degli Ofria. Ma nulla era emerso se non spostamenti in città. Anche se, qualcuna delle persone sentite (intendo o gli Ofria o Di Salvo), o furono visti nei pressi della scena dell’omicidio o fu visto transitare da quelle parti. La mattina, in ufficio, cominciarono le attività. Si fece il punto. Ricordo sicuramente la presenza di Aliberti che praticamente lavorò con me quasi a tempo pieno all’indagine Alfano, ma già vi erano gli uomini dello Sco e del Ros. Credo che gli uomini dello Sco di Catania li incontrai al Commissariato di Barcellona P.G. Di certo c’era uno spiegamento di forze incredibile. Tutti erano lì e tutti arrivavano e tutti sarebbero arrivati. Anche i Servizi». Nuccio Anselmo - GDS
In un’altra lunga parte del memoriale il magistrato Olindo Canali ripercorre le indagini sull’omicidio Alfano. Ecco alcuni passaggi.
«… la convinzione mia ma anche quella dei Carabinieri di Barcellona P.G. andò verso una precisa direzione: l’intreccio Aias, mafia barcellonese, affari barcellonesi. L’accenno fatto a Santapaola in quei primi momenti non mi fece dirigere le indagini verso quella pista, Anche se dopo, molto dopo, un particolare non poteva sfuggirmi: l’abitazione in cui, nel febbraio del 1995 troviamo Gullotti è quello che, da più parti, fu ritenuto essere stato anche il rifugio di Santapaola. Ma questo, in quei giorni non lo potevo sapere. Se erano i Carabinieri a gestire le indagini, vuol dire che i Ros dovevano e potevano intervenire. Sul punto, a distanza di anni, qualche riserva posso farla… i Ros in teoria potevano anche disinteressarsi dell’omicidio. Se un “rinforzo” alle indagini poteva esserci, poteva al massimo arrivare dal Reparto Operativo. Ora leggo così. Ma in quei giorni al presenza del Ros (ma c’era anche la consorella Sco della Polizia) mi sembrò il segno dell’attenzione delle Istituzioni per l’omicidio ed il segno che vi era una forte volontà di indagare. In realtà le cose andarono diversamente» (in sostanza Canali ipotizza in seguito che in realtà l’intento dei reparti speciali era soltanto quello di stare dietro al boss Santapaola: «… avevo la sensazione che ormai, le II.TT. o quelle ambientali ovvero i servizi di osservazione e pedinamento servissero quasi esclusivamente ad individuare dove fosse Santapaola. Alfano aveva ragione, come su tutte le cose che mi aveva detto. Santapaola sembrava davvero fosse in zona. I Ros non furono mai espliciti nel dirmelo, ovviamente. Ma la mia sensazione dall’esterno (se esterno può essere un P.M. rispetto alle indagini che dovrebbe coordinare!) era che i Ros mettevano tasselli sempre più precisi o sulle persone che tenevano o avevano tenuto Santapaola ovvero mettevano tasselli sempre più precisi proprio su Santapaola stesso. Le voci di fondo e di disturbo dei barcellonesi, è noto, cercavano di spingere le indagini sul movente privato, soldi, donne, debiti, gioco d’azzardo. Devo dire che la mia idea che fosse un omicidio di mafia trovava molto tiepidi anche i colleghi della Ddda di Messina. In buona sostanza eravamo io ed Aliberti a crederci. A credere nell’indagine…». «Di certo è una cosa. Gullotti viene arrestato a due passi dall’abitazione di Alfano credo il 4 o il 6 febbraio del 1995; più tardi, molto più tardi, sapremo che in quell’abitazione lo stesso Salvo Aurelio che teneva in latitanza Gullotti, forse vi tenne anche Santapaola. E Salvo Aurelio fu intercettato a quei tempi e pende ora il processo a lui e ad Orifici per il favoreggiamento della latitanza di Santapaola. Certo la suggestione (ma è solo suggestione?) è forte. Se davvero Alfano, che era in caccia (o forse sapeva già dov’era) Santapaola, quella sera vide qualcuno che usciva da quell’appartamento?». «Abbiamo sempre pensato – prosegue Canali –, anche sulla scorta delle dichiarazioni di Mimma Alfano, che Alfano forse vide qualcuno all’angolo della P.za Trento. E se invece, quando imboccò la strada, quella sera, vide qualcuno uscire da quell’appartamento e girare per quell’angolo?. Ma se così fosse: Gullotti ne sarebbe fuori? O qualcuno aveva saputo che Alfano era sulle tracce di Santapaola? E ne aveva già deciso l’eliminazione? Io e Aliberti sapevamo di quella idea di Alfano. Su Aliberti metto io la mano sul fuoco. Per me non la metterà mai nessuno. Continuo a rimanere solo. Anzi. Ora non ho nemmeno più la famiglia Alfano con me, convinti – in buonissima fede – come sono ora che io abbia in qualche modo depistato le indagini. Forse fatto condannare innocenti».
Nuccio Anselmo dalla "Gazzetta del Sud"
| < Prec. | Succ. > |
|---|



Attualità








