Carmelo D’Amico sa tutto

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Il dubbio, in qualcuno, comincia ad insinuarsi sull’effettivo riscontro che potranno avere almeno parte delle dichiarazioni, sempre più rumorose, del collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico. L’ex killer della mafia barcellonese, che già nel recente passato ha messo a verbale parole importanti e nomi clamorosi, ha deposto ieri in Corte d’assise a Palermo nell’udienza del processo sulla trattativa Stato-Mafia. Anche stavolta, interrogato dal pm Nino Di Matteo, D’Amico non ha deluso le aspettative.  I nomi grossi calati sul piatto sono quelli di Angelino Alfano e Renato Schifani. Secondo il barcellonese, il ministro dell’Interno e Forza Italia in Sicilia sono stati eletti con i voti della mafia, poi “tradita” dalla politica. Le rivelazioni di D’Amico si baserebbero su presunte confidenze e voci apprese nei corridoi del carcere. Ribadite le confidenze fatte dai boss  Rotolo e Galatoto sul progetto di attentato a Di Matteo e Ingroia per cui era stato incaricato. “La condanna a morte del pm Di Matteo la volevano sia Cosa nostra che i servizi segreti – ha detto D’Amico –  perché stava arrivando a svelare alcuni rapporti di potenti, proprio come il giudice Falcone nel ‘92. Ancor prima di Di Matteo à ha aggiunto il pentito – i servizi segreti volevano morto Ingroia, ma dovevano essere uccisi con un agguato, perché Provenzano non voleva più le bombe”. Il collaboratore di giustizia ha quindi manifestato i suoi timori di essere eliminato in carcere: “I servizi segreti arrivano dappertutto, sono capaci di tutto – ha detto D’Amico – . Organizzano anche finiti suicidi in carcere. A proposito, io dico oggi che non ho nessuna volontà di suicidarmi”. La stessa fonte confidenziale, rappresentata dal boss Nino Rotolo avrebbe quindi confessato dei rapporti tra la politica e le stragi mafiose del ’92. Secondo D’Amico, Mancino e Martelli trattarono  con Cosa nostra dopo che i servizi segreti avviarono la trattativa, indirizzando verso l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino per arrivare a un compromesso.