Decenni di mafia raccontanti dal boss D’Amico

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Quarantacinque omicidi, decenni di guerre di mafia, lotte per il controllo del territorio, riscossione e spartizione dei proventi del racket delle estorsioni, ma anche affari ed intrecci tra cosche criminali e cosiddetti “colletti bianchi”. I verbali delle deposizioni di Carmelo D’Amico, il killer della mafia barcellonese, divenuto collaboratore di giustizia lo scorso Luglio, stanno svelando ai magistrati della Dda di Messina i retroscena più oscuri e sanguinosi del panorama mafioso che per decenni ha ingabbiato l’hinterland barcellonese e della provincia. Carmelo D’Amico ha parlato in video conferenza lo scorso 27 Gennaio nell’udienza del processo d’appello Gotha3, che vede alla sbarra sei tra capiclan e gregari. Oggi gran parte di quel verbale è riportato dalla Gazzetta del Sud e dal mensile palermitano “S”. La dichiarazione di D’Amico che più di tutte ha fatto rumore, è ovviamente quella che chiama in ballo l’ex senatore Domenico Nania, che D’Amico ha collocato ai vertici di una loggia massonica oscura e potentissima che tesseva le fila tra mafia ed istituzioni in Sicilia e Calabria. Passaggi, questi, già smentiti dallo stesso Nania che si è dichiarato assolutamente estraneo al contesto. D’Amico è però un fiume in piena e le trascrizioni delle sue dichiarazioni lo confermano. Nei suoi racconti la guerra tra il clan di Antonino Ofria, di cui lo stesso D’Amico era il guardaspalle, e quello di Pino Chiofalo, il passaggio di testimone alla reggenza della famiglia con Pippo Gullotti, l’omicidio di Antonio Mazza, editore di “Telenews”, ed i rapporti con Rosario Pio Cattafi, l’avvocato ritenuto dagli inquirenti al vertice della famiglia mafiosa barcellonese. “Seguì Saro Cattafi per diversi giorni – dice D’Amico – . Sam Di Salvo e Giuseppe Gullotti avevano dato l’ordine di eliminare l’avvocato, perché ritenuto responsabile della cattura a Catania di Nitto Santapaola.  Qualche giorno dopo arrivò il contrordine  visto che si scoprì che c’entrava un altro soggetto il dottore Ferro”. Tra le pagine dei verbali di D’Amico, però, c’è molto altro ancora. Altri nomi scottanti coperti ancora da segreto,  retroscena di intrecci tra mafia, politica, società civile, imprenditoria  e fatti di sangue mai del tutto chiariti. Tra questi, il collaboratore di giustizia, in carcere al 41 bis, dal 30 gennaio 2009,  avrebbe raccontato la sua verità sull’omicidio di Beppe Alfano indicando un killer diverso da Antonino Merlino, già condannato  per l’esecuzione del cronista barcellonese

Morosito