Confiscati i beni di Giuseppe Scinardo. “Era vicino ai mistrettesi”

0
146
Morosito

Cinquanta milioni di euro. E’ il valore di una delle più importanti confische di patrimonio riconducibile a personaggi vicini alle cosche mai portata a termine in Sicilia. Un decreto di confisca la cui esecuzione è stata effettuata dalla DIA di Catania e di Messina con l’impiego di oltre 50 uomini, eseguito nei confronti di Giuseppe Scinardo 76 anni di Capizzi, della coniuge Annina Briga e della figlia Carmela. A passare nelle mani dello Stato, tre aziende, tra società e ditte individuali – operanti nel settore della coltivazione e dell’allevamento di bovini e ovi-caprini – tutte intestate a Scinardo ed ai suoi componenti del nucleo familiare, 324 per una estensione complessiva di circa 700 ettari, ovvero 7 milioni di metri quadrati, ubicati nei comuni di Militello Val di Catania,  Mineo, Vizzini e Capizzi (ME), 33 fabbricati e sei veicoli
Scinardo,viene ritenuto dagli inquirenti vicino alla cosca mafiosa riconducibile al cosiddetto “Gruppo di Mistretta”, operante nella zona tirrenica-nebroidea, e successivamente in rapporti con cosa nostra catanese.
Le indagini, delegate dalla Procura Distrettuale di Catania alla Direzione Investigativa Antimafia di Messina, coordinata dal Centro Operativo di Catania, completano gli accertamenti patrimoniali che avevano già permesso di confiscare, in via definitiva, alla famiglia Scinardo beni per complessivi 200 milioni di euro nelle operazioni “Belmontino” e “Malaricotta”.
Proveniente da Capizzi, ma stabilitosi da molti anni con il suo nucleo familiare a Militello Val di Catania, è un personaggio che già dai primi anni ’90 aveva stretti legami con i Rampulla di Mistretta, in particolare con i fratelli Sebastiano Rampulla, già rappresentate della famiglia di cosa nostra e oggi deceduto, Maria Rampulla e Pietro Rampulla, quest’ultimo definitivamente condannato dalla Corte di Assise d’Appello di Caltanissetta all’ergastolo poiché ritenuto “l’artificiere” della strage di Capaci, in quanto confezionò sia l’ordigno che esplose nel cunicolo dell’autostrada Palermo – Trapani.
Gli stretti rapporti tra le due famiglie si sarebbero consolidati quando, alla fine degli ’90, Tommaso Somma, cognato di Pietro Rampulla, all’epoca latitante, venne “ospitato” all’interno di un fondo rurale della famiglia Scinardo in contrada “Ciulla”, a Mineo.
Giuseppe Scinardo, secondo le ricostruzioni investigative, si sarebbe avvicinato a cosa nostra operante nel calatino, favorendo anche la latitanza dell’allora reggente della famiglia catanese,Umberto Di Fazio, che poi è divenuto collaboratore di giustizia.
Inoltre nelle sue proprietà avvenivano vari summit mafiosi che mettevano in contatto i Rampulla di Mistretta, i rappresentanti della famiglia di Caltagirone e della famiglia di Catania. Le circostanze sopra indicate emergono dalle dichiarazioni di vari collaboratori di giustizia, tra cui Di Fazio e Mirabile, che hanno anche riferito dell’interesse degli Scinardo per le energie alternative e segnatamente del loro impegno, in accordo con cosa nostra, per lo sviluppo di progetti relativi a parchi fotovoltaici siti nella piana di Catania.