Aias, le clamorose dichiarazioni di D’Amico

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Emergono clamorosi particolari dai verbali delle dichiarazioni rese dal boss pentito della mafia barcellonese Carmelo D’Amico, nell’ambito del processo sui taglieggiamenti ai danni della sezione barcellonese dell’Aias. Da quel processo, conclusosi la scorsa settimana, D’Amico è uscito assolto dall’accusa di aver tenuto nella morsa del pizzo per nove anni l’ente di assistenza di Barcellona e Milazzo, nonostante la richiesta della procura della Dda a 17 anni di carcere. Stamani, il quotidiano la “Gazzetta del Sud” a firma del capo servizio Nuccio Anselmo, ha però rivelato alcuni dettagli dei verbali delle dichiarazioni rese da D’Amico il 5 maggio scorso la cui trascrizione è stata chiesta dal sostituto della Dda Giuseppe Verzera al termine della sua requisitoria. D’Amico disegna un quadro della situazione completamente capovolto rispetto a ciò che era stato fin’ora immaginato dagli stessi inquirenti, configurando l’Aias da vittima del racket a vero e proprio elemento funzionale all’interno dell’organizzazione criminale: “L’Aias faceva parte dell’associazione mafiosa barcellonese – ha messo a verbale D’Amico – ed è stata finanziata da cosa nostra. Non occorreva fare estorsioni ai danni dell’Aias – ha detto ancora il boss – perché l’Aias era nostra”. Uno scenario clamoroso nel cui contesto D’Amico inserisce la figura di Luigi La Rosa, il commercialista ex presidente dell’Aias dalla cui denuncia scaturì il filone giudiziario in questione. “La Rosa ha sempre guadagnato con noi”,  ha riferito D’Amico ai giudici, aggiungendo di aver addirittura consegnato allo stesso commercialista un milione e mezzo di euro, una sorta di buonuscita all’ex direttore. Un altro passaggio chiave della deposizione di D’Amico e che certamente è destinata a far rumore è quella riferita ad un presunto supermercato che cosa nostra avrebbe finanziato: “I soldi mancanti dall’Aias – ha detto D’Amico – sono serviti per costruire un supermercato, al cui interno una quota è detenuta dallo stesso La Rosa”. Il boss si è però rifiutato di fare il nome del supermercato, cui cosa nostra avrebbe destinato 4 milione e mezzo di euro, e di indicare il titolare, asserendo a tal proposito, che si tratta comunque “di una persona pulita”. “Quel nome – ha dichiarato D’Amico ai giudici – io non lo faccio, se vuole lo faccia La Rosa”.

Morosito