La “galassia” Genovese. L’inchiesta, il voto e l’arresto

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L’ARRESTO

E’ giunto all’aeroporto di Reggio Calabria poco dopo le 18, proprio mentre la Camera votava per il suo arresto. Da Reggio a Villa San Giovanni, qui alle 18.40 sale a bordo del traghetto per Messina, i suoi traghetti, e così sale per primo e scende primo. Uscita riservata, sono le 19.05, lui è a bordo di una BMW X6, vetri oscurati, è seduto dietro. Davanti si intravede una donna, probabilmente è la moglie Chiara Schirò, già ai domiciliari la scorsa estate per la stessa vicenda. Prima di dirigersi verso il carcere, Francantonio Genovese fa una sosta a casa. A Ganzirri, e per arrivarci il percorso non è breve. Gli occhi indiscreti iniziano ad essere tanti, in città la notizia fa il giro in pochi minuti, è già di dominio pubblico. E allora il suv percorre la panoramica della Stretto, una strada a scorrimento veloce, che diventa un’autostrada per il deputato che sfreccia velocissimo. Gli stiamo dietro, a fatica. E dietro gli sta anche un’auto della Polizia, un Mercedes classe A che lo tallona fin sotto casa, dove un’altra auto civetta della Questura è pronta ad attenderlo. Riusciamo, in esclusiva, a riprendere il momento del suo ingresso in villa, è lì per gli ultimi saluti e per preparare qualche cambio da portare via. Dopo pochissimi minuti arriva anche la figlia a bordo di una minicar, papà è a casa ad aspettare anche lei. Fuori lo attendono invece le due macchine della Polizia. A casa trascorre circa un’ora, poco prima delle 20.30 la sua uscita, un salto in Procura e poi dritti al carcere di Gazzi.
Qui lo attendono fotografi e cameraman. Arriva alle 21.07, lui stavolta è seduto avanti, i flash e le luci gli illuminano il viso. Appare sereno. La prima notte la trascorrerà da solo, al primo piano, nel reparto infermeria. Le paure, le angosce e i pensieri sono tutti dentro. Forse. Dentro, come “dentro” è finito mister 20 mila, l’ex sindaco di Messina, tra gli uomini più ricchi e più potenti della città. La giustizia farà il suo corso e ci dirà se è colpevole o è innocente. Ma intanto la sua parabola, politica e personale, tocca il punto più basso e conosce l’onta della galera.

di Emanuele Canta

IL VOTO

Voto subito e palese, tanto per zittire quel Movimento 5 Stelle che aveva già affibbiato al Pd la volontà di far slittare il voto alla Camera dopo le europee. Giunge direttamente dal premier Matteo Renzi l’accelerazione decisiva che da il via libera al voto di Montecitorio che segna il destino, personale e politico, del guru dei democratici messinesi. Francantonio Genovese, l’uomo delle 19 mila preferenze alle primarie, il più votato in tutta Italia, consegnato alla giustizia dai 371 voti dei deputati sulla scorta della relazione della giunta per le autorizzazioni. Solo in 39 hanno detto no all’arresto, tra cui 6 dello stesso Pd e tra questi la pattese Maria Tindara Gullo. Ed è proprio con l’inchiesta che vede coinvolta quest’ultima per voto di scambio attraverso i corsi di formazione, l’inchiesta Fake esplosa a Patti a Marzo 2013, che s’incrocia inesorabilmente, a suon d’intercettazioni, il procedimento che ha portato alla formulazione dei capi d’imputazione per Genovese

L’INCHIESTA

L’ex sindaco di Messina è accusato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, peculato e riciclaggio. L’inchiesta entra nel vivo nel 2012 quando molti enti di formazione, che perdono l’accreditamento e subiscono tagli, minacciano e poi ritirano l’azione legale contro l’assessorato regionale alla Formazione. Uomo chiave della vicenda è Elio Sauta, ex consigliere comunale, già responsabile dei servizi sociali ed operatore della formazione. Uomo di Genovese, attraverso Sauta gli inquirenti aprono la breccia su Aram, Ancol e Lumen, gli enti attorno ai quali ruota la truffa sui corsi d’oro. Nel luglio 2013 i primi provvedimenti cautelari. Ai domiciliari finiscono lo stesso Sauta insieme a Chiara Schirò, moglie di Genovese, e Daniela D’Urso, moglie di Peppino Buzzanca. Tra gli indagati anche il cognato di Genovese, l’onorevole regionale Franco Rinaldi. Gli imputati tornano in libertà a Gennaio ma a Marzo ecco esplodere l’inchiesta bis che apre la voragine sulla galassia Genovese. Un’architettura che pone al centro la Caleservice srl, la società di famiglia che, ipotizzano gli inquirenti, si è fatta carico negli anni di una serie di costi sostenuti esclusivamente per fini personali di Genovese e della sua famiglia allo scopo di evadere il fisco. Il reato fiscale si staglia nel quadro di un complesso sistema finalizzato al  conseguimento di erogazioni pubbliche, utilizzando enti di formazione ed una galassia di imprese e società del proprio gruppo, per impossessarsi di risorse pubbliche, soldi messi in circolo attraverso pagamenti per operazioni inesistenti. Ai domiciliari finiscono il commercialista Stefano Galletti, ed altri tre fedelissimi di Genovese,  Salvatore La Macchia, Roberto Giunta e Domenico Fazio. Il quinto nome nella richiesta d’arresto era proprio quello di Francantonio Genovese. Un’ordinanza cautelare la cui esecuzione è stata sospesa fino a ieri, quando il voto del parlamento ha spalancato le porte del carcere di Gazzi.

di Giuseppe Romeo