Precari, “Sicilia discriminata”

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Manifestazione di precari davanti all'Ars

Da oltre 25 anni 22.500 siciliani che lavorano negli enti pubblici da precari, aspettano l’agognata stabilizzazione sempre annunciata e ancora una chimera. Adesso l’ultima tegola sul loro futuro. Il Senato ieri sera ha approvato la legge di stabilità che dà garanzie di stabilizzazione ai precari della Calabria, lasciando fuori i siciliani. Per questo il presidente della Regione, Rosario Crocetta, scrive al premier Enrico Letta lamentando la disparità di trattamento. “I provvedimenti di legge o sono uguali per tutti o sono iniqui. Io apprezzo l’emendamento approvato dal Senato perché risolve il dramma di migliaia di famiglie povere del Sud. Solo che la regione siciliana, d’intesa con il ministero della Funzione pubblica, aveva concordato un emendamento che era sostanzialmente uguale a quello approvato per la Calabria, senza addirittura costi aggiuntivi per lo Stato e soprattutto aveva la caratteristica generale. Non prefigurava privilegi per la nostra Regione, ma si applicava a tutto il Paese. Cosa racconterò Enrico – scrive il governatore della Sicilia – ai precari siciliani che aspettano da decenni di risolvere il loro sogno? Che c’è un governo che ai loro colleghi calabresi dà di più? Che rende immediatamente possibile la stabilizzazione senza costi per la regione Calabria, mentre in Sicilia dovremo fare le acrobazie attraverso una legge regionale che stiamo elaborando, ispirata ad una circolare del ministero della funzione pubblica, che potrà far assumere i precari siciliani in numero ridotto rispetto ai calabresi e lo farà a spese della Regione? Sinceramente – prosegue Crocetta – ci sembra un modo assurdo di trattare una regione che sta facendo sacrifici enormi e sta portando avanti una politica di rigore sulla spesa pubblica”. Crocetta non ci sta a quella che ritiene una discriminazione per la Sicilia e conclude: “Da presidente  non ho mai condiviso le proteste di piazza, ritengo che non sia questo il ruolo di un uomo delle istituzioni, ma credimi, quando si deve combattere contro le ingiustizie formali e sostanziali, è giusto che ognuno di noi riprenda il ruolo di cittadino per esprimere la propria indignazione”.