Lampedusa: Federico Miragliotta, una vita in prima linea

0
59
Morosito

Federico Miragliotta è il direttore del Centro di prima accoglienza a Lampedusa, quello definito “una vergogna, un obbrobrio, un lager” da tutti i politici che lo hanno visitato, da Laura Boldrini a Cécile KyengeMarco Imarisio sul Corriere della Sera racconta il dramma di una persona che è in prima linea sul fronte dell’assistenza a chi cerca con tutti i mezzi di sbarcare in Italia. Ve lo proponiamo:

«[…] Chi non è mai stato sul molo Favarolo ad accoglierli, chi non ha mai preso tra le braccia un bimbo di sei mesi reduce da settimane di traversata, non può capire il senso e la durezza del nostro lavoro. Io accetto tutto, perché sono io il primo a ritenere fondate certe critiche. Ma non quella parola, vergogna. Se non fai una cosa che devi fare, quella è una vergogna. Ma noi diamo tutto quel che abbiamo. Anche in questi giorni, e tenete presente che siamo noi quelli a cui la tragedia viene sbattuta in faccia, siamo noi quelli che tentiamo di consolare migranti che hanno perso figli e genitori, abbiamo cercato di fare il nostro lavoro. Prima, durante e dopo».

Anche lui ammette che quei palazzacci grigi e quegli accampamenti in cortile hanno il fisico perfetto per il ruolo da capro espiatorio. Non ne ha una visione laica, dice di averci spalmato sopra la sua vita, a riprova di una adesione che non ammette orario e deroghe alla disponibilità. «Ma so bene che noi facciamo parte di una risposta sbagliata a un problema enorme. Avrei potuto fare l’avvocato, faccio l’operatore sociale per scelta, perché significa essere, né più né meno, al servizio degli altri. Quando al Centro vedo i bambini che ridono, quando un migrante è sereno perché con il nostro aiuto riesce a mettersi in contatto con la famiglia, ecco, in quel momento io ho raggiunto il mio obiettivo di vita».

Il direttore del lager, come molti lo definiscono, non è Mengele, tutt’altro. Miragliotta, nativo di Capo d’Orlando, è una persona nella quale convivono modi gentili e occhi che spesso lampeggiano di rabbia repressa, e questo contrasto risalta anche dalla sua seconda passione, la poesia, da versi e racconti ispirati da Raymond Carver e Richard Yates, dove si alternano sensibilità e durezza. L’illuminazione gli giunse dal servizio civile trascorso in una casa di riposo per anziani non autosufficienti. Abbandonò lo studio legale dove faceva pratica. Dal primo giugno 2007 dirige questa struttura che lui stesso definisce, a pensarci bene, una follia.

«Ma non è sempre stato così. C’è un prima e un dopo, che purtroppo non dipende dalla nostra volontà. Perché anche noi siamo trascinati da questa deriva folle». Lo spartiacque del Centro di prima accoglienza è la rivolta dell’autunno 2011, quando un incendio appiccato dei migranti distrusse un padiglione e ne rese inservibile un altro. «Perché protestavano? Per i tempi di permanenza troppo lunghi, che purtroppo non dipendono da noi. Da allora viviamo in una costante situazione di precariato». Il Centro di prima accoglienza è una specie di «L». L’incendio ne rese inservibile il lato più lungo. Da 804 posti letto, il numero per il quale era tarato, si è scesi a 254. Ogni notte ci dormono in media cinquecento migranti, in questi giorni siamo a 950, ancora lontani dall’ultimo picco annuale registrato come sempre alla fine di agosto, 1.300 unità.

«Prima, nei momenti peggiori, avevamo un posto ogni due persone, la media era questa. Adesso siamo a uno per quattro. Cambia tutto. I bivacchi in cortile, la gente che dorme all’addiaccio, così come una certa sporcizia, soprattutto in determinati orari, dopo i pasti: non sono un mistero che cerchiamo di nascondere. Sono due anni che non abbiamo più le strutture e gli spazi, che sono ugualmente importanti, perché consentono di non vivere uno sull’altro, più si sta larghi meno c’è tensione. Ma queste cose vengono notate, con conseguente scandalo e critiche, da rappresentanti di quello stesso Stato che da due anni non ripara i padiglioni danneggiati e inservibili. A ogni visita chiediamo rassicurazioni. La risposta è sempre uguale: i lavori inizieranno presto. Noi siamo qui che aspettiamo».

È una notte di tregenda quella che accoglie lo sfogo di Miragliotta. A un certo punto, verso le 23, si scatena un temporale da tuoni, fulmini e soprattutto acqua a catinelle. Lui si attacca al telefono. «Apri tutto» dice. Sta parlando con un operatore del Centro. «Apri gli uffici e mettili nei corridoi, non voglio persone fuori». Riattacca. La conversazione sta per riprendere. Poi ci ripensa. «Meglio che vado». L’ultima frase è accompagnata da uno sguardo furioso. «Dare giudizi è sempre facile. Vivere le cose, è già più complicato». Il direttore del lager di Lampedusa si allontana su una Punto scassata. È un uomo ancora giovane, appena 35 anni. Il momento più bello della sua giornata è quando fa entrare i bambini nel suo ufficio e li vede ballare al ritmo di qualche canzone pescata da Youtube sul suo computer. Un giorno gli piacerebbe dedicarsi ai disabili psichici. Dice che l’accoglienza e l’integrazione sono concetti che valgono per tutti”.